lunedì 11 marzo 2013

STORIELLA ZEN


In una terra misteriosa, in un’era sconosciuta di cui nessuno ha mai sentito parlare, la vita di un centinaio di persone fluiva, senza fretta e senza remore, nel cuore di un antico e pacifico villaggio rurale contornato da incombenti colline.
Il cielo, altissimo e imponente, si colorava ora di nero ora d’azzurro per accogliere nel suo ventre il volto pallido della luna e il ravvivante calore del sole.
La natura incontaminata regnava incontrastata in ogni dove con i suoi alberi, i suoi prati, le sue magnifiche creature terrestri e il dolce sapore delle arance in ottobre. I suoi incantevoli profumi si liberavano nell’aria posandosi delicatamente, come api sui fiori, sulle umili abitazioni dell’intero paesello. I bambini sfrecciavano scalzi sui prati sfiorando appena le timide foglioline unte dalla rugiada. I falegnami, gli operai, i contadini, le massaie, lavoravano senza faticare assorbendo, attraverso l’indispensabile dono dei cinque sensi, tutto quel paradiso ringraziando ogni giorno il suo invisibile e sconosciuto creatore per quel miracolo quotidiano. Ogni dì che Dio mandava in terra il vecchio pazzo del paese, emaciato e dall’aria perennemente stanca, all’arrivo di una nuova alba si recava religiosamente sulla collina più alta della cittadella e, dopo aver attastato con le mani il terreno florido e ubertoso, urlava al cielo con voce rauca: “Questa è la mia terra!”.
Uno di quei giorni, uno qualunque, un esercito di barbari invasori penetrò selvaggiamente in quell’oasi di pace, scompaginandone l’ordine e l’equilibrio. I popolani, avendo da sempre vissuto in un ambiente mite e mansueto, non vantavano conoscenza alcuna sull’arte della guerra, anzi, non sapevano nemmeno dell’esistenza delle armi conservando il privilegio d’ignorarne la loro meschina funzione. Quei secoli di pace e serenità furono stroncati con il loro esilio da quelle terre linde e pulite, dove la dominante natura fu esautorata e rimpiazzata da castelli e fortezze fatte da enormi blocchi in tufo nero, ornate da bandiere, labari e vessilli con strani e insensati simboli di guerra.
Cominciò, così, la loro straziante diaspora da un villaggio all’altro. Nessuno volle accogliere questi nuovi profughi, cambiati così tanto senza la loro terra; il dolce profumo dei fiori, il fragrante sapore dei frutti appena colti, gli straordinari paesaggi naturali e la pace che infondeva un’incessante voglia d’amore e di compassione.
Tale mancanza li rendeva, giorno dopo giorno, sempre più irriconoscibili: avidi, biechi, bramosi; rubavano, truffano, pestavano i loro stessi fratelli per un tozzo di pane.
La terra sui cui vivevano, adesso, era brulla e arida, i viveri scarseggiavano e l’acqua divenne preziosa come avorio.
Le energie di quei cento miserabili si esaurirono e il cammino dovette arrestarsi ai piedi di una salita impervia e malagevole, piena zeppa di enormi sassi e animali velenosi, scevra da qualsiasi tipo di riparo o fonte di nutrimento.
Carcasse di animali morti costeggiavano i lati della strada emanando un greve tanfo che rendeva l’aria irrespirabile.
I viandanti scelsero di risparmiarsi ulteriori supplizi inutili fermandosi e lasciando cadere i loro corpi al suolo, in segno di resa, crollando come spighe di grano di fronte ad una falce. Tutti: donne, bambini, anziani, finanche gli uomini più forti di quel gruppo di disperati, giacevano inermi. Solo il vecchio pazzo del villaggio rimase in piedi mantenendo la sua instabile postura. S’inchinò rispettosamente, come un suddito dinanzi al suo re, imprimendo le mani venose e scheletriche nella terra secca per poi tuonare orgogliosamente: “Questa è la mia terra!”.
Una risata stanca e indifferente si disegnò sui volti afflitti dei suoi compatrioti doloranti e in attesa del lenitivo arrivo della morte. Il vecchio si arrampicò, con andatura precaria, su per la salita ed era evidente che anche le sue energie stavano per abbandonarlo, ma scelse d’investirle diversamente dai suoi conterranei proseguendo per quella strada faticosa che il viaggio gli aveva riservato. Dopo disparate e interminabili miglia di marcia, accompagnate dal freddo e dalla pioggia battente, si accasciò al suolo evirato da ogni forza. Alzò la testa e scorse oltre un invalicabile dosso che limitava la visuale, occultando ciò che vi dimorava oltre: un esteso manto di terra colorato da fiori bellissimi, circondato da robusti tronchi d’albero che innalzavano al cielo, con i loro spessi rami, folte chiome verdi. I raggi del sole carezzavano, senza ritegno, l’intera vegetazione. Il musicale cinguettìo degli uccelli fungeva da sottofondo a quel panorama mozzafiato. La terra era fertile, l’acqua sgorgava limpida da diverse sorgenti installate in zona dall’arguta ingegneria della natura stessa. Una fievole brezza di vento rinfrancò il corpo esausto del vecchio che… ancora una volta… si chinò… immerse le mani nel terreno morbido e cremoso per poi intonare fiero:
“Questa è la mia terra!”.

1 commento:

  1. Come un oceano è formato da tante piccole goccioline d’acqua, l’esistenza di una persona è composta di tanti piccoli momenti nessuno dei quali sarà mai banale o inutile ma infinitamente importante nella sua stessa grandezza. Un modo per interagire con questi segmenti di tempo e trarne tutti i vantaggi possibili, consiste nell’accettare ognuno di essi e lasciare che siano così come sono; risulta impossibile cambiare la via sulla quale viaggiamo ma ciò che ci è concesso fare è cambiare la nostra andatura su quella strada: aggirando gli ostacoli senza rimuoverli con la forza, rallentando il passo in salita per risparmiare energie, frenare la corsa in discesa per evitare di cadere, il tutto “con cedevolezza” suggerirebbe il filosofo cinese Lao-Tzu. Ogni momento, quindi, va vissuto intensamente poiché rientra a far parte del cammino che percorriamo come i metri, anzi, i centimetri che compongono una via: “Questa è la mia terra!” intonava il vecchio nel racconto, indipendentemente dalla forma, dalla friabilità o aridità, in cui essa si manifestava al tatto delle sue mani. La storia avrebbe dovuto dilungarsi all’infinito, perché non si fraintendi un lieto fine ma un proseguimento lungo tanto quanto una vita stessa.

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